9.3.07

Voci lontane... sempre presenti


Spesso capita la tentazione, da Leopardi in poi, di voler definire il remoto, il vago e l’infinito. Terence Davies sente questo richiamo sottile, e si concentra sulla transustanziazione della persistenza della memoria.
La tesi è che un ricordo può essere presente, pur essendo distante nel tempo (ma che vuol dire in fondo? Nel tempo non c’è un lontano e un vicino; queste sono variabili diacroniche…).
In altro (?) ambito, molti pittori sono e sono stati colpiti dalla tenacia visiva delle immagini e degli oggetti, constatando che certe visioni sono talmente icastiche da provocare vertigini sensoriali impossibili da contenere, le quali diventano automaticamente visioni obbligate, dal momento che si è proni ad ammettere le naturali dipendenze.
Dunque un numero di immagini ha la speciale propensione a stamparsi nell’ipotetico tableau mentale e a diventare d’un tratto coordinata, vita.
Il regista punta sulle sinestesie per coinvolgere uno spettatore disponibile a lasciarsi vincere dai sensi, e per chi sta al gioco il tempo passa (appunto) di traverso, e non all’avanti o all’indietro.
Il “poema di suoni” si snoda infatti nella completa assenza di un correlativo oggettivo, come se nessuna personificazione possa apparire lecita se non quella totale.
Non solo transfert nei personaggi, dunque, ma nei suoni stessi, negli ambienti, nei colori, nelle espressioni. Il processo risulta dunque lancinante, e lo spettatore si fa prendere dal senso di colpa quando non riconosce un suono, o non si cala in una suggestione.
Eppure la dimensione panica, quella più intima, consente lo scorrere delle epifanie sul proprio immaginario e traccia un credibilissimo percorso personale che è nel contempo guida e approdo all’inconscia bellezza iscritta nel passato proprio e in quello altrui.


Terence Davies, 1988

1 commento:

Atrep ha detto...

Ma è così anche la mia?
Ciaoooooooo
Roberto