Marco minimal blog

5.10.15

On your own again

Wasn't it a good year
Wasn't filled with talking
It still moves through my heart
From time to time
City after city
Granite gray as morning
Heroes died in subways left behind
far behind like our love

You're on your own again
And you're your best again
That's what you tell yourself
I see it all the way
as far as anyone can see
Except when it began
I was so happy I didn't feel like me


Listen

30.7.15

Down to the sound



Kisses that linger for hours,
Too hot for covers,
Or windows to be closed.
The garden noises penetrate the slumber,
Without jolting either of us.
It’s like there’s a halo or a ring of fire,
We’re not considering beyond.
Everything that’s magical enough,
Is in here with us.
The sunshine being taken by a downpour,
Surely would suit me down to the sound.
The beam of light that sweeps across your pillow,
Flickers through the leaves.

6.7.15

Melancholy man


Some people say that I'm a melancholy man 
When all is said and done 
It's just the way I am 
The sun is blazing as I wander into town 
A long grey overcoat which trails along the ground 
And when I'm walking past the children in the park 
They stop their games, they shout my name 
And run behind my back
If only they could see how happy I can be 
But sometimes they must look away 
Or so it seems to me I think
I'll always be a melancholy man 
I know when all is said and done
It's just the way I am 
But if you have the time 
Please listen while you can 
Does anybody understand? 
I'll always be a melancholy man 
The sky is blue today 
Here in your nowhere land 
And how are you today, my melancholy man? 
You saw us looking through a window of a bus 
We smiled at you but you didn't smile at us 
And when you're old and grey 
Your days are at an end 
You'll wish that you had somone who 
You couls call a friend 
Yet only I can see how happy you can be 
Oh sometimes they must look away 
Or so it seems to me
I think I'll always be a melancholy man 
I know when all is said and done
It's just the way I am 
But if you have the time 
Please listen while you can
Does anybody understand?
I'll always be a melancholy man 
When all is said and done, my melancholy man 
The sky is blue today, my melancholy man 
And when no hope was left in sight 
On that starry starry night 
You took your life as lovers often do 
But I could have told you, Vincent 
This world was never meant for one as beautiful as you
As beautiful as you, my melancholy man

Ascoltala qui

2.7.15

The infant kiss

I say good night-night
I tuck him in tight.
But things are not right.
What is this? An infant kiss
That sends my body tingling?
I've never fallen for
A little boy before.
No control.
Just a kid and just at school.
Back home they'd call me dirty.
His little hand is on my heart.
He's got me where it hurts me.
Knock, knock. Who's there in this baby?
You know how to work me.
All my barriers are going.
It's starting to show.
Let go. Let go. Let go.
I cannot sit and let
Something happen I'll regret.
Ooh, he scares me!
There's a man behind those eyes.
I catch him when I'm bending.
Ooh, how he frightens me
When they whisper privately.
("Don't Let Go!")
Windy-wailey blows me.
Words of caress on their lips
That speak of adult love.
I want to smack but I hold back.
I only want to touch.
But I must stay and find a way
To stop before it gets too much!
All my barriers are going.
It's starting to show.
Let go. Let go. Let go.
(Don't let go!)

6.6.13

senza titolo


Per tutte le costole bastonate e rotte.
Per ogni animale sbalzato dal suo nido
e infranto nel suo meccanismo d’amore.
Per tutte le seti che non furono saziate
fino alle labbra spaccate alla caduta
e all’abbaglio. Per i miei fratelli
nelle tane. E le mie sorelle
nelle reti e nelle tele e nelle
sprigionate fiamme e nelle capanne
e rinchiuse e martoriate. Per le bambine
mie strappate. E le perle nel fondale
marino. Per l’inverno che mi piace
e l’urlo della ragazza
quel suo tentare la fuga invano.
Per tutto questo conoscere e amare
eccomi. Per tutto penetrare e accogliere
eccomi. Per ondeggiare col tutto
e forse cadere eccomi.
che ognuno dei semi inghiottiti
si farà in me fiore
fino al capogiro del frutto lo giuro.

Che qualunque dolore verrà
puntualmente cantato, e poi anche
quella leggerezza di certe
ore, di certe mani delicate, tutto sarà
guardato mirabilmente
ascoltata ogni onda di suono, penetrato
nelle sue venature ogni canto ogni pianto
lo giuro adesso che tutto è
impregnato di spazio siderale.
Anche in questa brutta città appare chiaro
sopra i rumorosissimi bar
lo spettro luminoso della gioia.
Questo lo giuro. 


Mariangela Gualtieri

9.4.13

L'assenza è un assedio


L'ASSENZA È UN ASSEDIO (Ciampi - Marchetti)

Una vita a precipizio
l'esistenza senza un senso
e la discesa niente ritorno
poi la salita viene crudele
come un miraggio
mentre il giorno tramontando
lascia un solco...
Le parole giocano strane
e il tramonto guarda in silenzio,
esperienza forse è in mano di altri,
poi la memoria, nascondendo il presente,
diventa ladra...
Passeggiate tra milioni di sguardi
tutti folli la domenica stanchi
ed il riposo rimandato a un domani,
nell'estate è bello un bagno
tutti soli...
Nella notte la tentazione
di sedersi per non più rialzarsi
ma poi per caso da una sottile fessura
si ripropone con due occhi tristi
un problema eterno.

Amore
amore
va la vita, va, amore
va la vita, va, amore
va così la vita, amore
va, la vita va.

17.12.10

Embryonic


Circa un anno fa i Flaming Lips divulgavano il doppio CD Embryonic (soliti Echoes of Pink Floyd), con la copertina ricoperta di pelliccia. Un parto simulato, dunque, non umano certamente, forse di qualche animale mitologico da esperimento, forse semplicemente di una mente overstated.

Ruvido ma estetizzante, apparentemente meno lezioso dei lavori precedenti, ma stucchevole a tratti, il disco è un singulto ai confini della realtà emesso da una scimmia lanciata nello spazio.

Tra pictures of jap girls in sintesi e Steve Hackett che affiora nelle parti vocali (al solito goffe) c’è anche un’eco di Tomita che fa i Pianeti di Holst, a fregiare un viaggio allucinante nel cosmo (interiore?), segni zodiacali compresi (che orrore le stelle a forma di scorpione, o di sagittario! finalmente qualcuno punta il dito su quelle minacce che ci sovrastano! Come pesano quella vergine e quella bilancia enormi, totali, simboli sovrastanti grevi e tremendi!).

Il risultato, come tutte le scorze, è duro. Il suono una parete metallica, la melodia una filigrana diafana, il ritmo un battito disperatamente elettrificato.

I cattivi sosterrebbero che il diavolo è nei dettagli: nell’apparente vistoso mono-tono, cioè, si nasconderebbe il solito bad trip secco di idee (ed essendo i F.L. dei furbetti questo pensiero è anche lecito). Ma i buoni sanno che la sincerità la maggior parte delle volte è fraintesa .

A riprova della buona fede dell’opera ci sono l’ensemble poco accattivante, l’incedere marziale e antipatico, la ciclicità ossessiva dei temi e delle figure musicali, il tessuto compatto (quasi spugnoso), e una miriade di richiami patetici per l’orecchio saggio.

Questa piccola Space Odyssey si colloca in definitiva tra le opere piene di difetti ma dignitosamente belle, lievemente auto-iconoclasta e dunque fredda, ma piacevole, come una gelata di prima mattina, con le belle foglie di ghiaccio sui vetri, quelle che ci dispiace lavare via con l’acqua calda e coi tergicristalli della partenza coatta - quando cioè faremmo volentieri un giro nello spazio anziché accendere l’auto e andare a lavorare.

9.4.10

Vivere in Italia oggi



Qual fine o quale punizione mi rimane?

Sentenzia; sconterò lealmente le pene da te ordinate

pronto all'espiazione: sia che tu abbia chiesto

cento giovenche, sia che tu voglia farmi suonare

su lira bugiarda: "Tu pudica, tu onesta!

Percorrerai le vie astrali tu stella dorata!"

Orazio

27.11.09

Il sole








Lezione di psicanalisi. No, niente domande, testo libero. Ditemi l’immagine più spaventosa che possiate immaginare.
Il sole.
Il sole brucia, se te lo mangi.
Il sole nelle immagini antiche ha gli occhi, ma ha l’espressione indifferente. Lo si dipinge in giallo, ma non lo è. È enorme, e potente. Da lui dipende la vita sulla terra. Ho paura di lui.
Quattro lettere, in inglese e in spagnolo tre. Concetto base, tributo ovvio alla nostra dipendenza.
Non puoi guardare il sole, o rimani cieco.
Insolazione. Si può anche morire.
È una palla di fuoco, le bestie hanno paura del fuoco, e se mi cadesse addosso un suo pezzo microscopico?
Semele chiese a Giove di mostrarsi a lei in tutta la sua potenza, e Giove la incenerì con il suo fulgore.
Al sole si dovrebbe stare tranquilli, ma la tigre al sole è micidiale.
Il sole è depressivo.
Il sole bambino, paffuto… odio il sole! Il Sole. La vittoria, l’elemento maschile (ma perché?), la forza. Come se non ci fossero già troppe icone.
Corpo celeste incandescente, pericoloso.
Ustioni.
Orribile sole, sole nero, sole malato, sole radioattivo.
Il mondo sta tranquillo finché c’è il sole, i bambini giocano al sole. Il sole su un prato, magari tangente e inclinato fa brillare i verdi e i gialli. Ma io sono stato abbandonato al sole.
Ragazzi qui si va fuori tema.
Ditemi l’immagine più spaventosa che vi viene in mente.
Il sole!
Al sole associo un colpo di gong assordante. Sì, assordante, come lui è accecante e bollente, anche il suono mi uccide.
Sogno un sole enorme, che copre tutto l’orizzonte. Di notte la terra si è avvicinata troppo, e ora non si sa più dove guardare, il sole è dappertutto.
Icaro e le ali di cera.
Lucifero che cade dal sole verso la terra nera, e poi giù, a sassata.
Maledetti dal sole. Quanti ce ne sono?
Il sole è misterioso come tutto il resto, ma è tutto nascosto nella sua faccia chiara. Non ha lati oscuri fuori di sé. È un oggetto macabro ma luminoso, dunque subdolo.
Normale avere paura del sole.
La luce del sole non cambia i lineamenti del diavolo.

18.11.09

Never For Ever


Mai e per sempre, due categorie infantili subito smorzate dalla neomediocrità (quella dell'ergonomia, della pseudo-maturità, del progressismo-puah, della nuova società), a volte tornano nei cervelli sensibili.
Perché, nonostante da sempre tutti ci costringano a pensare che la verità sta nel mezzo ecc. ecc., mai e per sempre sono invece due categorie concretissime seppur estreme.
La termodinamica li esclude quasi sempre, ma nella vita (che è altro, benché possa essere spiegata dalla termodinamica nei suoi tratti decisivi) esistono.
Che importa se poi l'obiettività deve metterci per forza un 'quasi' davanti. Domani cambieranno anche gli avverbi, sicuramente; questo universo sta irrancidendo, man mano che invecchia. Ma il messaggio resta: mai e per sempre esistono.
Si diceva però che sono categorie 'infantili' (combini tanti guai, non smetti proprio mai - canto sempre una canzone - C. D'Avena), e questa è una semplificazione. Non deve fuorviare la presenza del nuovo nel discorso. I bambini infatti, che del nuovo sono l'incarnazione più evidente, non sono mai tanto innocenti da assurgere a indicatori di processo. Non possono essere depositari della fiducia cieca nel mai e per sempre. I bambini, e che Mediaset non se la prenda, sono mostruose deiezioni consapevoli di adulti ipocriti, e il loro uso di mai e per sempre è solo un riflesso furbastro. I bambini non ci credono davvero a mai e per sempre. Sono gli adulti che si vergognano ad ammettere che ci credono (ma perché, se esistono?), dunque lo fanno dire alla D'Avena per i loro pargoli ottusi.
Adulti, basta con le disonestà: recuperate l'innocenza, e anziché generare figli orribili per aggiornare un corredo genetico difettato, aggiornate il vocabolario, e magari anche l'arredamento, l'abbigliamento, il parco macchine o i cellulari. Così la vostra ansia di infettare farà danno solo nel vostro salotto o nelle vostre tasche.
Voi non usate mai e per sempre per paura di invecchiare. Ma non temete, il vecchio sceglie bene i giovani da rovinare. Voi non siete sue vittime: sarete sempre giovani o giovanili senza dover necessariamente rinnovare la specie.
Già, lo sarete sempre.

Picture me and then you start watching,
Watching forever, forever,
Watching love grow, forever,
Letting me know, forever.

New Order, Ceremony - 1981

22.7.09

Estate


il granchio muove i lati infiniti
della sfera del mare
e posandosi su una roccia
perché io lo veda
mi coinvolge in un dramma
a tinte blande
come di chi vuole innamorare un passante
prima di imbarcarsi per sempre

il profilo di lui che scompare
è di imperscrutabile speranza.

1.7.09

Macello


Un segreto riempie le tempie pelose
di una giovane manza
e gli occhi infantili lo custodiscono
con qualche lacrima,
una piega rugosa nel suo sorriso
prima di morire
ed è l'unica a non riempire di suoni
lo spazio della morte.
Mi vede (segno il sesso sulla tabella)
e confermo complice il messaggio.
Caricata l'arma
il boia dalle orbite verdastre
gli sorride (giaccio tra pezzetti di grasso)
spara.
I segreti si ricompongono
nella estraneità della morte.
~~~~~~~~~~~~~~
Una vitella stupita d'esser viva
guarda noi che la ignoriamo,
decine di sorelle appese si pavoneggiano,
si sente sola e brutta a respirare
ma non ci sono più paranchi
e le celle frigorifere sono colme,
rotea intorno lo sguardo suo più dolce
se è pausa o tregua nessuno raccoglie
si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue
piove plasma per un poco e finalmente
si libera un paranco.
Ivano Ferrari, 2004

5.3.09

Pensieri in cantina


La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
“Micetto!” disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. “Come sei capitato qui, micettino?”.
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente – lui che era stato scambiato per un micino – rimase interdetto.
Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l’avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l’avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti – continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nato figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.

István Örkény, 1968

22.12.08

Aristosseno


Ei diceva che vano è il pensare le realtà musicali in termini di grandezze misurabili e fuorviante è il normalizzarsi unicamente sulla estensione degli intervalli; occorre invece rimettersi al giudizio dell'orecchio e teorizzare solo ciò che si percepisce; da qui il concetto di somiglianza e di non somiglianza che spodesta quello di eguale e diseguale.
La colorizzazione, l’iridata purezza delle forze basilari della natura (le onde), come primordio dell’astrazione percettiva che strugge.
Come può la musica scalfire l’inconscio e, attraverso l’uomo, farsi motore? Come può un suono farsi fonte di energia?
E, per estensione, come può un’emozione farsi forza (un’entità cioè in grado di impartire un’accelerazione ad una massa)?
Perché un quadro astratto può far febbricitare, perché un film può cambiare il disordine molecolare di chi sperimenta?
Andando fino in fondo… se credo che un’emozione possa generare un lavoro (inteso come forza per spostamento), perché non credo in Dio, che rappresenta l’implicito volo dall’idea alla materia?

10.11.08

Finale per un racconto fantastico



– Che strano! – disse la ragazza avanzando cautamente. – Che porta pesante! – Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo..
– Mio Dio! – disse l’uomo. – Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!
– Tutti e due no. Uno solo, – disse la ragazza.
Passò attraverso la porta e scomparve.

I.A. Ireland

18.9.08

Il lungo domani


È il 1988. Un’astronave parte da Cape Canaveral. A bordo c’è Doug, un astronauta americano che è stato ingaggiato per una spedizione su un sistema stellare simile a quello solare. La sua missione è scoprire se c’è vita sul pianeta di quel sistema che più somiglia alla terra. La distanza è di 141 anni luce, dunque Doug trascorrerà 40 anni nello spazio, da solo. Sarà tuttavia conservato in “animazione sospesa”, sì che tornerà sulla terra dopo 40 anni, ma sarà invecchiato solo di qualche settimana.
Un mese prima della partenza si innamora, ricambiato, di Sandy, una giovane ricercatrice della NASA. Lo sbocciare del loro amore è già legato a un senso di perdita, e si compie con incosciente pienezza, dal primo incontro fino al momento della partenza. ‘Ti aspetterò, Doug… anche se sarò una vecchia con lo scialle e tu sarai ancora giovane’.
Questa la trama di “The Long Morrow”, ep.135 della stagione 5 del telefilm “The Twilight Zone” (Ai Confini Della Realtà).
Il finale, che non rivelo, porta a una riflessione sull’amore difficile, che a volte coincide con l’amore impossibile, e sull’imprevedibilità delle azioni umane perpetrate per contrastare un destino avverso.
La sinossi di una relazione è sempre secondaria al modo di sentire la relazione stessa. Può trattarsi di un amore scomodo, illogico e ingiustificabile, ma fa bene ricordare che è sempre la percezione del nucleo originale delle cose a determinare l’agio inatteso, tra tanti ostacoli.
Dunque Giulietta affronta il pugnale, Medea la colpa (anche il suo è un amore impossibile, quello di chi sceglie di essere odiato dalla persona amata) e noi percorriamo traiettorie forse più tenui, ma comunque simili nella tenacia.
Ecco perché l’episodio commuove (e la cornice fantascientifica rende le cose ancora più vaghe e poetiche), e convince che “c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”.
Per amore si muore sempre, in senso figurato e no.
1964

17.9.08

Le loup


Non piangere sul latte versato
verrà di notte il lupo
a leccarlo
perché il lupo è vago
delle cose perse
Michele Mari, 2007

14.5.08

First Utterance


Il primo vagito dei Comus è un disco difficile da recensire. È del 1971, presenta una strumentazione acustica, un doppio canto molto chiaroscurato (voce maschile ruvida, voce femminile melodica), atmosfere gotiche venate di psichedelia. Cavalcate medievali (The Bite), ossessioni tribali (Diana, Song to Comus, The Prisoner), oscuri intermezzi (Bitten), immagini ossianiche (Drip Drip), sono contrappuntati da uno dei pezzi più belli del prog, una sorta di suite sospesa tra le follie sparse nel disco (The Herald).
Sin dalla copertina, il gruppo si voca al caos e alla mostruosità come forma espressiva necessaria.
I molti eccessi dell’opera sono volutamente raffreddati da arrangiamenti folk, e l’aria che si respira è sinceramente mistica, tale da spingere all’ascolto ripetuto, come un mistero che richiama a sé.
Addentrandosi nel bosco, l’incauta Diana e gli ascoltatori entrano in contatto col dio Comus, trionfo del bacchico non epico, elogio panico dell’istinto contro l’imperfezione di chi riesce a fuggire (The Herald, gli araldi che si fermano prima del bosco, e che, come i sette messaggeri di Dino Buzzati, recano notizie di fantasmi). È difficile schierarsi tra la vittima e il carnefice, in questo caso.
Scheda operativa: chi è posseduto da un demone deve cercare di fuggire? Nel think tank deve esserci per forza un posto per la catarsi? Come ci si può disintossicare dall'oscuro richiamo del male?

9.5.08


Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

23.1.08

Iluminacja


Disperata società associazionista, ferente politica di acquegrasse, pubbliche istituzioni esiziali, odioso potere in mano alle mani, e dentro alle stanze il gesto zen di spegnere. Un utopico “per sempre”.
L’angariato ricominciare, il crudele rimando ai sentimenti, che sono il facile rifugio di ogni peccato.
Dolorifica mancanza di dignità, straziante mondanità.
Per chi non è normale spegniamo una luce.
Traffici trascendentali, eterne diatribe di muffe incallite e facce impagliate in movenze segnate.
Spengo la luce al mondo con troppi soli e troppe sole.
Il disumano passo delle religioni furbette, l’infinita povertà dei ricchi di spirito, e le bellurie di chi non si può permettere neppure una visione politica, ma vive lo stesso. Buona notte all’indulgenza e a chi ride perché ha capito come si vive a ridosso delle cose. Fino alla morte.
L’eterno divenire, che poi non è eterno e non è divenire. La foresta delle ambizioni con le corde e le liane del bel pensiero e della produzione e le infinite uscite di sicurezza per tornare a casa. Lo sfascio della droga e di chi perde, e non risale. La scelta dell’immoralità.
Spegniamo la luce all’obesità senza immondizia, alla cultura senza colore, alle giornate piene di aria da rinnovare. Al buio ritroviamo l’abbondanza, la sicurezza delle cose che percepiamo. Possiamo dirci uguali, se non altro a noi stessi. Ogni pezzo di corpo uguale, ogni vestito.
La dignità torna ad essere commisurata a quello che siamo, e non a quello che è visibile. Riconoscersi unità nonostante le lacerazioni e i troncamenti. Nel buio la pacificazione delle menti.
Il gravissimo peso delle colpe non lavate, il sacrificio perso per mani distratte, il sentimento mal riposto in altari spioventi e in persone sfuggenti. Il dolore puro nei movimenti e nella ruota degli occhi, apparente e profondissima. La malattia e l’ineluttabilità del pianto dei bambini. L’inesorabilità delle leggi di ogni natura.
Spengo la luce al positivismo e alla ragione, perché nessuno ha ragione, e chiudo le imposte delle cose che non salvano, perché partorite nel travaglio della mente, e dunque corrotte.
L'inevitabile caos dei contatti falsi, l’insoffribile falsità del concetto di anima, la moltitudine che si propaga. Queste luci moleste conviene spegnerle una volta per tutte, perché tutti ci si riconosca parte di un sistema misterioso e mortale, e perché alla fine qualcosa di buono ritorni, e non solo la pazzia e la sostanziale solitudine cui tutti naturalmente tendiamo.

24.12.07

Moonage Daydream


Keep your electric eye on me babe
Put your ray gun to my head
Press your space face close to mine, love
Freak out in a moonage daydream

5.11.07

A digiuno sull'erba


pensavo che tu stessi indugiando
sulle meraviglie del giardino
e invece parlavi con qualcuno
di qualcosa di molto moderno

18.10.07

Omaggio sgraziato a Dino Buzzati


SORPRESA!!!
Non ci credo a te! Polla baffona! Da dove sei uscita?
DALLA NUBE DELL’INFANZIA! TU ORA DEVI AVERE PAURA…
Io non ho più paura di te, da un pezzo.
UAHAHAHAHAHAHAAAA!!!
Cambia strategia, faccia di culo! Mi fanno paura altre cose adesso.
QUANDO ERI PICCOLO TEMEVI CHE LE PERSONE INTORNO A TE POTESSERO TRASFORMARSI IN ORRIDI ESSERI ASSETATI DI SANGUE… CHE IO FOSSI TUA MADRE IMPOSSESSATA!
Senti, bella, le persone che conosco si sono quasi tutte trasformate in comunisti a pecora, beppe grilli, militari, spider pork, bastardi ovunque, liberali illuminati, tilacini estinti, collaborazionisti, lecchini, burini, babbuini e sderenati. Non è questo che mi fa paura… Nice try…
ALLORA CHE NE DICI DEL MIO COLORITO VERDE? NON È NORMALE, AMMETTILO…
Mi fa paura la dipendenza, la fitta rete di fili che legano le COSE alle cose e alle persone e le PERSONE alle cose e alle persone. Entrare in questa rete è quasi irreversibile, per chi è in cerca di qualcosa. Tu, ad esempio, cosa cerchi? E da cosa dipendi? O da chi?
IO SONO SOLA, E SO ESSERE CALDA.
Puoi essere tutto e il contrario di tutto.
CIOÈ NIENTE?
No, il contrario di tutto non è “niente”. Lascia perdere…
IO VOGLIO ESSERE IL TUO INCUBO! TI DIVORERÒ!!
La morte, l’orrore, la perdita del senno, non mi fanno paura. Vivo in un mondo governato da vermi schifosi ed arricciati, la società mi repelle, e non mi sono mai nemmanco drogato.
La distruzione non mi tocca, forse perché è inscritta in ogni particella. La rovina non mi impressiona. Ho paura solo della dipendenza, quella sogno. Dal male, ma anche dal bene, allo stesso modo. Se credessi avrei paura di Dio così come del Diavolo.
POSSO CONFESSARTI UNA COSA? IO CREDO IN DIO…
Il tuo dramma è vecchio… (e con questo non voglio sciorinare né orinare diluvi di giudizi e pregiudizi). TU sei vecchia. Degli anni ’70, per la precisione…
MI STAI FACENDO MALE…
Tu invece mi fai bene: resta! Io devo liberarmi di te. Dunque resta sempre con me! Ti riesumo dal ricordo, ti elevo a compagna di viaggio, così sarai sempre presente, e dunque il tuo valore sarà eterno ma inestimabile, e dunque non relazionabile con anima viva, come la Pala di San Marco a Venezia. Fuori da ogni cosa. Vieni: ti richiamo dalla morte apparente a quella vera. Stai con me!
COME POTREI RIFIUTARE? SONO QUI DAVANTI DA SEMPRE. COMINCIO A DIPENDERE DA TE.
Dunque io e te siamo Dio e il Diavolo. Non l’uno e l’altro, ma insieme, nello stesso tempo, dentro di noi. È il nostro modo di non aver paura. Stringimi forte, solo i fantasmi dell’infanzia ci possono capire, e forse aiutare.

2.9.07

Mezzo sonetto e versi sciolti per il tilacino


O tilacin similpelle zebrato
prendo coscienza del tuo divenire,
oltre che sfondo di quadro sfumato,
simbolo atro del chiaro finire.

Tilacino sedato in un’illustre immagine mortale,
non il corvo nevermore,
non l’upupa di Montale,
non il sofisma di Sophomore
o il furetto poco furbetto tuo pari nel paradiso reietto
e nell’andiriandi del feretro eretto.
Assurto a morte assurda e spiccata
come l’odore ignoto del vello macondo
quasi scorsoio e pietrificato,
io ti classifico come una foglia d’autunno
tra le cose tra me e te cadute.
Quando, ammazzato un rivale,
andasti a veder dalla rupe
il rosso scolore sui contorni dei fili
io avrei fermato il mondo proprio lì su di te.
Invece vivo.

4.7.07

Il diavolo probabilmente



Era il 1977. Robert Bresson usciva nelle sale con un film asciutto e lucido, agghiacciante e sublime.
Un film sul disfacimento dei valori (e) dell’uomo.
I personaggi sono tutti magri all’inverosimile (comprese le comparse), i loro volti sono statici e incerti, i loro umori e pensieri imperscrutabili. C’è una credibilità insana in questi personaggi strambi e selvatici, una gravissima leggerezza che tiene l’attenzione sospesa a oscillazioni.
Il film ha pochi dialoghi, ma alcuni sono di un’inattesa fluidità, e lasciano affabulato lo spettatore.
Gli squarci lirici sono solo due (!), il primo in una chiesa, con il protagonista e un suo amico tossico che, nel sacco a pelo, ascoltano da un giradischi l’”Ego dormio, et cor meum vigilat” di Monteverdi. Charles ha gli occhi spalancati, mentre il suo amico dorme.
Il secondo momento viene a pochi attimi dalla fine, quando cioè Charles si avvia alla sua fine, e passando davanti a una finestra semiaperta, è per un attimo catturato da una triste musica al pianoforte che viene dall’apparecchio televisivo all’interno. Si ferma per un attimo, guarda dentro. Poi riprende il suo cammino di condannato.

Riporto dei dialoghi.
Come si usa dire: ATTENZIONE!!! SPOILERS!!! Ho trascritto il finale del film (ma del resto lo si deduce dalla prima scena, che anticipa la fine. Il film è un unico lungo flashback, dunque non mi sento in colpa).
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Sull’autobus pieno e silenzioso.
Charles (dopo aver assistito a una lezione di ecologia, dove il relatore difendeva le centrali nucleari): “Stupendo! Per tranquillizzare la gente basta negare l’evidenza”.
Michel: “Quale evidenza? Siamo in pieno soprannaturale. Niente è visibile”.
Charles: “Tu sei incredibile”.
Sale altra gente, in silenzio. Biglietti obliterati, mani che scorrono sui sostegni.
Charles: “I governi hanno la vista corta”.
Un tizio seduto un paio di file più avanti: “Non prendetevela con i governi. In tutto il mondo in questo momento nessuno e nessun governo può vantarsi di governare. Sono le masse a determinare gli eventi, delle forze oscure di cui è impossibile conoscere le leggi”
Una passeggera: “La verità è che qualche cosa ci spinge contro quello che siamo”
Il passeggero di fianco: “Bisogna starci, starci sempre. Sennò passi per quello che protesta sempre”
Un passeggero più avanti: “Ma chi è allora che si diverte a farsi beffe dell’umanità?”
Il passeggero di fianco: “Già, chi ci manovra sotto sotto?”
Il tizio di prima: “Il diavolo, probabilmente”.
Charles batte il gomito di Michel. L’autista si gira verso il tizio, lo guarda e frena di botto. Si sente un clangore. Scende e non torna più. Le macchine dietro suonano il clacson.
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Al colloquio dallo psicanalista (estratti). Charles (C) e lo Psicanalista (P).
P = l’inazione non le procura un certo piacere?
C = è il piacere della disperazione, evidentemente
P = si sente colpevole?
C = colpevole?
P = verso se stesso
C = colpevole senza esserlo. So di essere più intelligente degli altri, più lucido, e sono cosciente della mia superiorità. Ma se facessi qualcosa mi renderei utile, seppure in minima parte, a un mondo che mi fa schifo. Tradirei le mie idee, e questo mi farebbe solo sprofondare di più. Preferisco che non ci sia via d’uscita.
P = niente più politica nella sua vita?
C = il rifiuto di tutte le politiche

C = detesto la vita, ma detesto anche la morte. È una cosa orribile. Dottore, credo che non potrei mai fare quel gesto (il suicidio). L’idea che in quell’attimo cesserei di pensare, di vedere, di sentire
P = ed è proprio per questo motivo che gli antichi romani chiedevano aiuto a uno schiavo, oppure a un amico
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Nel cimitero di Pére Lachaise, di notte.
Charles cammina davanti, Valentin lo segue, con la pistola che gli ha dato Charles.
C = credevo che in un momento così grave avrei avuto dei pensieri sublimi… Vuoi sapere cosa penso?
Valentin gli spara alla testa, poi spara ancora al corpo steso a terra. Prende dalla tasca del cadavere i soldi che Charles gli aveva promesso. Poi scappa via.
Il film si chiude così, senza neppure la scritta “FINE”. Del resto, è implicita.

Robert Bresson, 1977

21.6.07

The Idiot


“Heroes” di Bowie è un disco fulgido. Sidereo e senza sbavature, perfettamente collocato nel contesto che si creò appositamente (Berlino, 1977, capitale della neocultura wave), con una mostruosa self-awareness priva della minima ironia. Da qui la statura del mito, l’immortale immagine-patina legata alla plasticità di quella copertina in bianco e nero, al tessuto impenetrabile e raffinato degli arrangiamenti, alla voce “mimetizzata” e atona, alle cadenze marziali delle progressioni ritmiche, all’alternarsi vorticoso dei registri e dello spessore tra il lato A (Commercial side) e il lato B (Art side).
Nello stesso anno uscì The idiot, che sin dalla copertina lasciava spazio a pochi dubbi sulla sua natura sporca e understated. L’album, scritto da Bowie e Iggy Pop, si cala nel medesimo contesto ed è concepito come una sorta di rovescio della medaglia di “Heroes”. Ma il risultato è tremendamente superiore. Come fosse il miglior tentativo di una imitation of life da parte di uno che si sta disintossicando da uno stato mentale più che da una sostanza, o il disperato canto di un cigno malato che vuole arrivare alla bellezza suprema, prima di rendersi conto che gli resta solo qualche minuto da vivere, il disco vive di momenti supremi e liricamente lancinanti e di affondi depressi e sgradevoli.
Il patetico si sposa bene con il disco, che è rarefatto, funkeggiante, secco come pochi, dilatatissimo. Le tracce scorrono una dopo l’altra, e lasciano una scia ipnotizzante, tanto che a volte si ha l’impressione di trovarsi ancora al pezzo precedente.
È straniante immaginare Pop che si apre a contenuti post-glam (Dum dum boys, Sister midnight, Funtime – quest’ultima presente nella colonna sonora di Miriam si sveglia a mezzanotte, delizioso horrorazzo kitsch diretto dal fratellino più semplice di Ridley Scott), lui che con i suoi Stooges rappresentava l’ipostasi più laida che l’idea di rock potesse mai generare. E infatti compare talvolta una traccia di sarcasmo nella voce assorta, che sporca la trama sonora e la riempie di buchi densi e caldi. Tutta questa sensualità genera all’ascolto un piacere irresistibile. Per un disco intenzionalmente bianco e nero questo è il traguardo più sorprendente, specie se raffrontato a “Heroes”.
La perfezione è sfiorata inconsapevolmente in diverse tracce (Nightclubbing, una delle canzoni più imitate, e soprattutto China Girl e Mass Production) che, lungi dall’essere prolisse, lasciano un grumo di sensi appesi lì, a ristagnare, e appiccicarsi alle orecchie, come se suonassero da sempre e per sempre su quel piatto.

Iggy Pop e David Bowie, 1977

30.5.07

My dark ages


Non devo aspettarmi niente da questa maturità. Sono cresciuto scarno e avaro. Sembra tutto un preparativo ai saluti; tanto lunghi e inutili, non cambiano niente.
Il silenzio in realtà non è più dignitoso, è solo l'ennesima illusione.
Ma è troppo tardi per riscattare la parola.
A meno che nel saluto io rintracci una fine degna di tanta vanità.

16.4.07

Vucciria


Vucciria, carni appese, natura morta, passaggi sghembi, angustie ripiene. La merce in mostra, al sole e alla luce artificiale si prostra, si marce.
È una merceria sans merci, e la dama passa con la sua nube di cose immaginate.
Si attribuisce al caos un ordine marziale, e la profferta venerea dei beni materiali incombe sul visus come un banco di attrazione.
I colori violenti sono anneriti ai bordi dal tratto spesso e litografico.
La lezione dello scurore picassiano trova nelle forme slanciate ed acuminate l’esito più frontale, e la pienezza del campo visivo lascia nella mente un denso senso di sovrabbondanza, da stornare dove si vuole, nell’angoscia del possesso monadale o nell’irrequieta moltitudine dei flussi distratti.
a
Renato Guttuso, 1974

9.3.07

Voci lontane... sempre presenti


Spesso capita la tentazione, da Leopardi in poi, di voler definire il remoto, il vago e l’infinito. Terence Davies sente questo richiamo sottile, e si concentra sulla transustanziazione della persistenza della memoria.
La tesi è che un ricordo può essere presente, pur essendo distante nel tempo (ma che vuol dire in fondo? Nel tempo non c’è un lontano e un vicino; queste sono variabili diacroniche…).
In altro (?) ambito, molti pittori sono e sono stati colpiti dalla tenacia visiva delle immagini e degli oggetti, constatando che certe visioni sono talmente icastiche da provocare vertigini sensoriali impossibili da contenere, le quali diventano automaticamente visioni obbligate, dal momento che si è proni ad ammettere le naturali dipendenze.
Dunque un numero di immagini ha la speciale propensione a stamparsi nell’ipotetico tableau mentale e a diventare d’un tratto coordinata, vita.
Il regista punta sulle sinestesie per coinvolgere uno spettatore disponibile a lasciarsi vincere dai sensi, e per chi sta al gioco il tempo passa (appunto) di traverso, e non all’avanti o all’indietro.
Il “poema di suoni” si snoda infatti nella completa assenza di un correlativo oggettivo, come se nessuna personificazione possa apparire lecita se non quella totale.
Non solo transfert nei personaggi, dunque, ma nei suoni stessi, negli ambienti, nei colori, nelle espressioni. Il processo risulta dunque lancinante, e lo spettatore si fa prendere dal senso di colpa quando non riconosce un suono, o non si cala in una suggestione.
Eppure la dimensione panica, quella più intima, consente lo scorrere delle epifanie sul proprio immaginario e traccia un credibilissimo percorso personale che è nel contempo guida e approdo all’inconscia bellezza iscritta nel passato proprio e in quello altrui.


Terence Davies, 1988